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A Doto quattordici anni di carcere
Uccise la 'ragazza dei delfini'

Dovrà scontare un minimo di 3 anni in casa di cura e poi, se guarito, andrà in carcere. La provvisionale ai familiari della vittima è stata di 165mila euro. La giovane, nel febbraio 2007, fu colpita con venticinque coltellate. Lui, nella sua cella in isolamento, sente ancora il cane abbaiare

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Tamara Monti Riccione, 10 maggio 2008 - Un minimo di tre anni in una casa di cura e custodia, e una volta uscito dovrà scontare 14 anni in carcere. Aveva la voce roca, il giudice Lorena Mussoni, mentre, ieri pomeriggio, leggeva la sentenza di condanna per Alessandro Doto, il 36enne riccionese che il 2 febbraio del 2007 uccise Tamara Monti, la ‘ragazza dei delfini’, colpendola con 25 coltellate. Il pubblico ministero, Paola Bonetti, aveva chiesto 30 anni, ma la perizia degli esperti nominati dal gup non lasciava dubbi: Doto soffre di un disturbo delirante grave che scema la sua capacità di intendere e di volere, ed è a tutt’oggi è una persona molto pericolosa, capace di uccidere di nuovo.

 

Una patologia che ha scatenato il ‘movente’ del delitto: quei cani di Tamara che abbaiavano solo nella sua testa. Il riconoscimento della parziale incapacità ha fatto quindi cadere le aggravanti chieste dall’accusa e la premeditazione. Questo, sommato alla diminuzione di un terzo della pena per il rito abbreviato, ha portato ‘matematicamente’ a una condanna di 14 anni. Il giudice ha disposto però che prima di entrare in carcere, Doto passi almeno tre anni in una casa di cura e custodia (che non è il manicomio criminale, riservato solo a chi è totalmente incapace), se e quando guarirà, allora comincerà a scontare i 14 anni di carcere. La provvisionale ai familiari della vittima è stata invece di 165mila euro. A quantificare i ‘danni’, sarà poi il giudice civile.

 

La ferocia del delitto, del resto, è l’espressione della sua follia. Da quell’appartamento, Tamara se ne sarebbe andata il giorno dopo, per trasferirsi nella nuova casa insieme al fidanzato. Con quel vicino musone non avevano mai avuto grossi problemi, e nessuno poteva prevedere il massacro. Il destino di quella dolcissima ragazza che amava i delfini, ha voluto che quella sera rientrasse da sola. Lui era nell’atrio che l’aspettava, con il coltello in mano e l’abbaiare dei cani che gli imbombava nel cervello.

 

Quelle ‘voci’, Doto le sente anche nel carcere di Ancona, dove è rinchiuso. Vive isolato dagli altri detenuti, i rumori notturni, dice, lo tengono sveglio, lo fanno stare male. Così come a casa, prima che ‘esplodesse’. La sua coscienza di ciò che ha fatto, si limita a un «mi dispiace», ma non si è mai pentito. Il medico ha spiegato che continua a ‘giustificare’ il suo gesto con quell’abbaiare. I suoi difensori, Stefano Caroli e Moreno Maresi, avevano chiesto che venisse riconosciuta la totale infermità di mente, così come certificato dal loro perito, e sulla sentenza non fanno alcun commento.

 

di Alessandra Nanni

 









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