Accolti i patteggiamenti. Il pubblico ministero ha dato il suo consenso a tutte le richieste, tranne che in un caso. Respinto infatti quello di Emanuele Giacomelli, considerato il ‘promotore’ di quel buco da 742 milioni di euro che ha spazzato via una delle più grandi aziende italiane di abbigliamento sportivo, e che dovrà vedersela in rito abbreviato
Rimini, 9 maggio 2008- Il giudice dovrà ratificarli il 15 luglio, ma ormai i patteggiamenti degli imputati del crac Giacomelli sono cosa fatta. Ieri, il pubblico ministero, Luca Bertuzzi, ha dato il suo consenso a tutte le richieste, tranne che in un caso. Respinto infatti quello di Emanuele Giacomelli, considerato il ‘promotore’ di quel buco da 742 milioni di euro che ha spazzato via una delle più grandi aziende italiane di abbigliamento sportivo, e che dovrà vedersela il 10 luglio in rito abbreviato. Quattro anni, invece, ha patteggiato sua moglie, Gabriella Spada, donna immagine dell’azienda, che fin dall’inizio si era chiamata fuori dal quel crac colossale. Sostenendo che era sì il presidente della Giacomelli Sport, ma soltanto virtualmente.
Lei, di conto, non ne faceva, ma si occupava esclusivamente dell’immagine, appunto. Tre anni e due settimane di carcere, invece per il fondatore di quell’impero affondato, Antonio Giacomelli, esautorato, aveva confessato subito dopo l’arresto, dai giovani rampanti del gruppo, tra i quali spiccava sua nuora. Veleni che l’avevano portato, nel 2002, a ritirarsi in buon ordine, lasciando il passo a suo figlio e alle sue idee di espansione. Quattro anni e 10 mesi a Vittorio Fracassi, il bresciano consulente e consigliere del gruppo. Quattri e otto mesi a Stefano Pozzobon, direttore del settore ‘finanza e controllo della Giacomelli sport, poi consigliere e amministratore delegato.
Tre anni e mezzo, invece ad Andrea Biagi, consulente informatico. Stessa pena di William Pierazzo, mentre due anni e quattro mesi è stata la condanna patteggiata dal palermitano Fausto Margotti, impiegato dell’azienda e uomo di fiducia di Emanuele, al punto da far passare sul suo conto la bellezza di 44 milioni euro. Due anni e otto mesi, infine, per Angela Lenzi, la madre di Gabriella Spada, che secondo l’accusa aveva spostato quattrini e fatto transitare sul suo conto un milione di euro. Altri imputati minori dovranno aspettare l’udienza preliminare, fissata al 3 luglio, quando il giudice deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio. Non ancora terminata, invece, la costituzione delle parti civili. Quanto al carcere, è improbabile che qualcuno di loro ci rimetta piede.
Lo stato di insolvenza della Giacomelli, era stato dichiarato nell’ottobre del 2003, ma l’inizio della fine era già cominciato nel ’97, quando i vertici della Giacomelli Sport avevano cominciato a truccare i bilanci, così da ottenere i crediti necessari all’espansione. Nel giro di pochi anni, il gruppo, composto ormai da venti società italiane ed estere, era riuscito a guadagnare oltre 170 punti vendita e ad occupare 3mila persone. Facevano nascere i negozi come funghi, così da ottenere denaro fresco dalle banche. Nel 2001, i bilanci fasulli avevano consentito addirittura di presentare alla Consob un quadro societario perfettamente in salute, tanto da guadagnare la quotazione in borsa.
Il colpo di grazia era arrivato nel 2002, con l’acquisto della concorrente Longoni Sport, pagata 76 milioni di euro, arrivati a 120 con le passività: avevano pagato uno sproposito per qualcosa che non valeva nulla. A quel punto, la Giacomelli era ormai un impero del tutto virtuale, svelato il 28 maggio del 2004, quando i finanzieri del Gruppo verifiche speciali del Nucleo regionale, avevano arrestato l’intero gruppo dirigente.
La fine è cosa nota. Dopo cordate saltate, commissari straordinari e dipendenti disperati, nel febbraio del 2005, la Giacomelli era stata venduta per un prezzo stracciato, un milione di euro che aveva pagato una società creata ad hoc e formata per il 50 per cento dalla milanese Banca Profilo e da Camuzzi International. Nel frattempo, gli inquirenti avevano messo le mani sui beni, sequestrando barca, villone e affini. Per la prima, c’è appena stata un’offerta, 450 mila euro. Il destino della grande casa di Covignano, dove i coniugi Giacomelli avevano speso un milione di euro solo per le migliorie, è invece ancora incerto.
Alessandra Nanni
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