Un mistero che dura vent'anni. Il 9 maggio dell’88 venivano scoperti i corpi di quattro persone trucidate in una villetta: gli assassini non furono mai trovati. Ma con le tecniche di oggi sarebbe finita così?
Rimini, 8 maggio 2008 - Un mistero che dura da vent’anni. Tanti ne sono passati dalla strage di Sant’Andrea in Besanigo, dalla sera del 9 maggio 1988, quando quattro persone vennero trucidate nella villetta di via Puglie. Gli investigatori che hanno lavorato al caso ce l’hanno ancora sullo stomaco, e nell’anniversario di quell’orrore vorrebbero tanto una macchina del tempo. Poter tornare ad allora, dicono, con gli strumenti di oggi. Ris, Dna e tecnologie digitali toglierebbero quel fascicolo dalla polvere degli ‘insoluti’, inchiodando gli assassini anche solo con una goccia di sangue.
Non fu un omicidio come gli altri, ma una barbarie. Luigi Pagliarani, 61 anni, il padrone di casa, era sul pavimento del salone, ucciso da una pallottola alla nuca. Il cadavere della moglie inglese, Patricia Schofield, 58 anni, accanto a lui, ammazzata allo stesso modo. Poco più in là, i corpi dei loro più cari amici, Sergio Galassi, 66 anni, steso su un divano con un plaid avvolto intorno, e la moglie, Silvana De Vita, 59, ai suoi piedi. Morti anche loro, tranne che i colpi erano in mezzo alla fronte. Tutti avevano le mani legate dietro la schiena e i piedi fermati da legacci improvvisati. Uccisi come bestie al macello, colpiti alla testa da distanza ravvicinata e occhi chiusi, come chi sa che sta per morire. Si ‘scivolava’ sul sangue, tanto ce n’era. Una traccia anche sulla cassaforte aperta, il cui contenuto nessuno scoprirà mai. Intorno il caos di ricerche concitate, di una caccia a un ‘tesoro’ che non c’era. Il primo a vederli fu il cognato di Pagliarani, poi vennero tutti gli altri.
Come si dice, per scoprire un assassino bisogna conoscere la vita delle vittima. Non in questo caso, però. Luigi era un riminese partito 35 anni prima per Londra come lavapiatti e diventato proprietario di una catena di ristoranti. Stessa cosa l’amico Sergio. Ma alla fine la nostalgia aveva avuto la meglio, e lasciata l’Inghilterra ai giovani, erano tornati tutti a casa. I primi a Rimini, gli altri a Montecatini. In riviera, i Galassi c’erano venuti in vacanza, così da rivedere i vecchi amici. Gli investigatori rivoltarono le loro vite come calzini, per scoprire che nel loro passato non c’erano segreti o conti in sospeso. Ne qui, nè in Inghilterra, dove per un po’ gridarono al delitto di mafia.
Se lo ricorda bene Roberto Sapio, il magistrato che all’epoca coordinò le indagini. "Impossibile dimenticare quello spettacolo impressionante. Vent’anni fa, quattro morti trucidati nella campagna di Coriano sconvolsero tutti noi. Di piste se n’erano un sacco, almeno all’inizio. La prima, la più suggestiva, era quella di una banda di nomadi, capeggiata da un serbo feroce, che si era lasciata dietro omicidi, rapine e donne violentate. Ma lui, scoprimmo, in quel periodo era in carcere. Poi c’era la pista londinese, qualcosa che Pagliarani poteva essersi portato dietro dall’Inghilterra, un nemico e una vendetta. Ma anche quella fummo costretti ad abbandonarla. Così come per i familiari, nessuna eredità contese. Non ce n’era una che ci portasse a una conclusione accettabile.
Sì, quel massacro mi è rimasto sullo stomaco. Nessuno aveva visto niente, nessuno sapeva niente, e fummo costretti ad arrenderci". La stessa rabbia che prova uno degli investigatori che lavorò con lui, convinto però che la pista degli slavi fosse la più probabile. "Anche se il capo era in galera — dice — la banda era libera di agire. Era il loro metodo, ne avevano fatte altre quasi identiche. Fu una rapina, degenerata solo per la crudeltà degli autori. La stessa che caratterizzava quel gruppo. Se solo avessimo avuto gli strumenti di oggi..." Quando il serbo uscì dal carcere, ammazzò altre 12 persone. E’ ancora in carcere a Belgrado.
di Alessandra Nanni
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