Rimini, 3 maggio 2008 - La violazione, dicono gli inquirenti, "è diffusa e sistematica. Molti addetti ai lavori hanno manifestato una palese non conoscenza delle normative antiriciclaggio". La materia è incandescente. Così poliziotti e agenti della guardia di finanza la maneggiano con cura. Anche perché per l’ennesima volta finiscono nel mirino dei detective finanziari le relazioni pericolose tra Italia (anzi, Romagna) e San Marino.
La prima diapositiva del panorama è questa: su 52 banche perquisite nell’ultimo mese tra Forlì, Cesena e Rimini, la "stragrande maggioranza degli istituti" — dicono le fonti dal palazzo di giustizia forlivese — è risultata al di là dei paletti fissati delle norme antiriciclaggio. Torrenti di denaro sporco potrebbero quindi alimentare i forzieri delle banche romagnole? "Ci aspetta un lavoro lungo e complesso", si limitano a dire gli inquirenti, coordinati dal sostituto procuratore della Repubblica Fabio Di Vizio. Al vaglio ci sono migliaia di carte acquisite nei vari sportelli.
Per ora sono otto — quattro di Forlì, quattro di Rimini — i nomi di funzionari bancari focalizzati dalla magistratura. Le comunicazioni di garanzia sono già partite: restano però ancora da accertare nel dettaglio ruoli e responsabilità. Ovvero: in alcuni casi esiste nella struttura bancaria la figura di ‘direttore del reparto antiriciclaggio’, in altri casi no. Nella prima ipotesi, viene indagato chi ricopre quella carica. Sennò tutto il peso ricadrà sul direttore di filiale. Il reato ipotizzato è la violazione dell’articolo 2 della legge 197 del ’91. Che è il dogma di partenza della normativa sul contrasto al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo internazionale, pienamente recepita dal decreto legislativo del 21 novembre 2007. La disciplina presa in esame dalla procura di Forlì è quella che dispone che ci sia una traccia chiara e inequivocabile per ogni cliente. Ognuno dev’essere registrato e archiviato con un codice di riconoscimento. Ogni operazione sospetta segnalata alla Banca d’Italia. Ma dai primi rilievi degli investigatori, così non sarebbe.
Il paesaggio creditizio presenterebbe falle abnormi: c’è chi non sarebbe mai stato registrato, o chi sarebbe stato registrato con profili illegittimi. Decine di clienti comparirebbero sotto le mentite spoglie di ‘intermediatori finanziari’, potendo così movimentare cascate di quattrini senza passare sotto i raggi di Bankitalia (la soglia d’allarme per i privati è di circa 10mila euro). Persone che, dice l’accusa, grazie a banche o finanziarie di San Marino — non abilitate a interagire con banche italiane se non con un’identificazione cristallina — avrebbero acceso conti-fantasma con istituti romagnoli per poter eludere la legge e mettere in circolo ondate di denaro. Denaro sporco da depurare? Oppure tutto è solo una veniale non conoscenza della legge? "L’indagine è appena partita", ripetono gli inquirenti.
Maurizio Burnacci
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