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IL PERSONAGGIO / ROBYN PERRY

L'americana che studia il dialetto reggiano

Che il dialetto reggiano sia oggetto di ricerca addirittura a diecimila chilometri di distanza, sulla costa del Pacifico, è davvero sorprendente. A studiarlo è Robyn Perry, 21 anni, una ragazza californiana che si sta laureando in Linguistica e Italianistica alla University of California, a Santa Cruz, con una tesi proprio sull''arsàn'

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Robyn Perry Reggio Emilia, 31 marzo 2008 - Reggio Emilia, California. Che alcuni simboli della ‘reggianità’ fossero conosciuti anche nel resto del mondo, questo lo si sapeva. Dal formaggio Reggiano agli asili di ‘Reggio Children’, dal Correggio allo Spallanzani passando per il Boiardo e l’Ariosto, dai cappelletti e l’erbazzone fino a don Camillo e Zucchero. Ma che il dialetto reggiano fosse oggetto di ricerca addirittura a diecimila chilometri di distanza, sulla costa del Pacifico, questo è davvero sorprendente. A studiarlo è Robyn Perry, 21 anni, una ragazza californiana che si sta laureando in Linguistica e Italianistica alla University of California, a Santa Cruz, con una tesi proprio sul nostro dialetto.

Robyn, come è nato il suo interesse per l’arsàn?
«Prima che nascesse il mio interesse per il reggiano, è nato il mio interesse per le lingue straniere e il linguaggio in generale. Alle superiori studiavo lo spagnolo e, avendo programmato un viaggio in Italia, ho studiato l'italiano per conto mio».

Poi?
«Poi il primo anno dell'università ho conosciuto un ragazzo di Reggio venuto in California come studente ‘overseas’ e ci siamo fidanzati. Il mio terzo anno dell'università l'ho passato a Bologna, seguendo un corso sulla dialettologia italiana. Ho anche passato molto tempo con la famiglia del mio ragazzo, a Calerno, e ho sentito parlare tanto dialetto reggiano!»

Reggio e la costa californiana non hanno molto in comune...
«E’ vero, ma io sono nata in un piccolo paese vicino al confine settentrionale con l’Oregon, dove si coltiva l’erba medica e ci sono mucche e campi a perdita d’occhio: è per questo, forse, che mi sono sentita un po’ a casa mia in provincia di Reggio».

In cosa consistono, in sintesi, i suoi studi sul dialetto reggiano?
«La mia tesi di laurea è una breve analisi della sillaba in reggiano. Provo a indicare quali sono i tratti della sillaba reggiana, basandomi su altre analisi fonologiche sui dialetti emiliani e sui proverbi dialettali presi da un libro favoloso di Mario Mazzaperlini: "A’s fà pér mod éd dir. Ròba ’d cà nòstra". Credo che sia stato un lavoro importante, perché in Italia si va perdendo sempre più la conoscenza dei dialetti. Sempre meno giovani lo usano e questo fenomeno fa parte di una tendenza globale di perdita delle lingue dialettali. Per me, come per altri linguisti, questa è una vera e propria tragedia».

Ha avuto la possibilità di conoscere bene l’Italia. Che idea se ne è fatta? E quanto differisce dall’immagine che aveva prima?
«L'Italia l'ho sempre idealizzata, forse perché ci sono venuta la prima volta quando avevo solo 16 anni. Insieme a una cara amica italiana abbiamo viaggiato da Bolzano fino ad Amalfi. Per me, dopo quel viaggio, l'Italia era solo una serie di cene favolose e città tutte diverse da quelle che conoscevo negli Stati Uniti. Poi, tornando come studentessa ‘overseas’, l'ho vista diversamente. È un Paese ricco, in tanti sensi: di agricoltura, di storia, di diversità culturale, di divisioni geografiche e politiche. A 16 anni me n'ero fatta un'immagine molto romantica ma anche un po’ troppo semplice. Invece ora mi rendo conto che meglio conosco un posto, più difficile diventa la caratterizzazione di quel posto. L'Italia per me è quindi un insieme di esperienze sia positive che negative, ed è diventata comunque come una seconda casa».

Secondo lei, quali sono i pregi e quali invece i difetti di noi italiani?
«Per quanto riguarda i pregi, direi soprattutto l'importanza che gli italiani danno ai dettagli, per quanto riguarda il mangiare, il vestirsi, i rapporti interpersonali, ecc... Mentre la cultura internazionale tende verso quella statunitense e privilegia sempre di più l'efficienza, la velocità e il guadagno, in Italia si dà ancora importanza alla famiglia, alla salute e al godersi la vita. Invece quello che considero un difetto in Italia è la mancanza di rispetto per le leggi. Magari siamo noi americani un po' troppo puritani a voler imporre e seguire delle regole senza neanche pensarci; però in Italia ho sempre incontrato una mentalità che ti incoraggia a sfruttare gli altri prima che ti sfruttino loro, e ciò è in conflitto con il mio modo di pensare e di vivere. Per certe cose, la mentalità di non seguire sempre le regole mi ha un po' ‘liberato’ durante la mia permanenza in Italia, a dire il vero. C'è più spazio per la creatività quando le linee non sono tutte dritte, diciamo».

E tra i giovani reggiani e quelli americani, che differenze ci sono?
«Mi pare che i giovani reggiani e italiani in generale maturino in modo diverso dagli americani, nel senso che molti esitano ad andarsene di casa, per esempio, mentre il ventenne americano medio non vive più a casa con la famiglia d’origine. Eppure, per quanto riguarda gli studi, i ragazzi italiani sono molto più indipendenti e capaci di studiare seriamente rispetto agli americani. I vostri esami fanno paura! In Italia mancano la speranza per i giovani e l’onestà di molti fra quelli che hanno il potere. Secondo me, i giovani statunitensi si sentono più capaci di effettuare un cambiamento nella società».

Che impressione le hanno lasciato le nostre scuole e la nostra Università?
«Il vostro sistema scolastico sembra ben studiato. Benché molti insegnanti italiani si lamentino, per esempio del modo poco efficace di insegnare le lingue straniere. La formazione da voi raggiunge un livello altissimo rispetto a quella di una ‘high school’ americana. Ho avuto l'opportunità di dare due lezioni di inglese al liceo ‘Galvani’ di Bologna, e i ragazzi erano assai svegli e in gamba. Il sistema universitario, invece, che ho potuto conoscere meglio perché l’ho frequentato, mi ha lasciato un’impressione contrastante: da una parte sembra più serio del nostro americano, perché gli studenti sono più indipendenti. Riescono a preparare degli esami pesantissimi per conto loro, anche non frequentando le lezioni. E questo è impensabile negli Stati Uniti. Molti dei miei professori a Bologna erano veramente in gamba e affascinanti. Dall’altra, però, altri docenti non sembravano tanto disposti a collaborare con me come studentessa».

Per esempio?
«Per esempio arrivavano in ritardo, o sembravano non aver il tempo di rispondere a una mia domanda. Parlare con lo studente, insomma, sembrava che fosse quasi uno spreco di tempo. In America una cosa del genere non accade».

Vivrebbe mai in Italia?
«È una domanda difficile, questa. Anche se dopo un anno mi ero ambientata bene perché conoscevo le strade, parlavo sempre meglio la lingua e le cose mi diventavano sempre più riconoscibili e familiari, mi ero però stancata della sensazione di sentirmi sempre una straniera. Da un lato lo studente straniero viene sempre accolto calorosamente, perché offre una prospettiva diversa, dall’altro non ci si sente mai di appartenere davvero fino in fondo a un posto. Forse ho intravisto com'è la vita da immigrato. Non che la mia esperienza sia stata così traumatica, ma certo ho appreso come un immigrato si deve sentire a sbarcare in un mondo tutto diverso dal suo e adattarsi completamente alle norme sociali e culturali. Non è stato certo tutto facile l'anno che ho trascorso in Italia. Detto questo, sì, considererei di vivere nel Bel Paese ancora. Ho legato molto con il posto: provo un grandissimo affetto per l'Emilia e la gente che ho conosciuto l'anno scorso».

Ha qualche aneddoto curioso da raccontare sul suo anno di permanenza in Emilia?
«Si. Per esempio ho avuto il piacere di fare uno scambio lingualezioni di cucina con una carissima docente dell'Università di Bologna, la professoressa Cristina Bragaglia. Io la aiutavo a tradurre una conferenza sul cinema e la cucina italiani e lei in cambio mi dava lezioni di cucina emiliana. È stata un'opportunità molto speciale perché lei, essendo un’emiliana ‘doc’ e facendo parte dell’associazione ‘Slow Food’, ha potuto istruirmi sulla storia gastronomica della vostra bellissima regione. Poi, leggendo anche il testo della sua conferenza che ho tradotto, ho imparato parecchio del rapporto tra il cinema e la cucina italiana. Come se non fosse bastato tutto questo, mi faceva da mangiare delle delizie favolose. Tutto sommato, direi che lei mi ha dato più di quanto io abbia dato a lei!»


Francesco Gerardi

 









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