Prima puntata della nostro viaggio lungo il fiume malato, che nei suoi 91 chilometri è sottoposto al continuo attacco dell'uomo. Scarichi industriali, fogne non collegate ai depuratori, riduzione d’ossigeno dovuta a scarichi di allevamenti zootecnici: questi i principali problemi da risolvere Commenta
Macerata, 16 maggio 2008 - Scarichi industriali non conformi o abusivi, acque reflue dei Comuni non trattate, chilometri di fogne non collegate ai depuratori, dilavamento dei campi coltivati con conseguente trasporto dei residui di fertilizzanti e concimi chimici, riduzione d’ossigeno dovuta a scarichi di allevamenti zootecnici non a norma.
Nei suoi 91 chilometri di corso dall’Appennino fino alla foce, a sud di Civitanova, al confine con il Comune di Porto Sant’Elpidio, il fiume Chienti è sottoposto ad un attacco continuo: quello dell’uomo. E, data la sua caratteristica principale, quella cioè di essere un corso d’acqua tipicamente appenninico, con forti piene nella stagione autunnale (anche 1.500 metri cubi al secondo) e magre fortissime in estate, condizionata anche dalla presenza di quattro laghi artificiali per produrre energia elettrica, spesso gli attacchi vanno, purtroppo, 'a buon fine'.
Questo spiega le frequenti ed estese morìe di pesce (come quelle verificatesi negli anni 2002, 2003 e 2004), ed anche l’inquinamento da solventi chimici che da oltre dodici anni avvelena le falde del basso bacino del fiume, un’ampia area (26 kmq) ricadente nei Comuni di Sant’Elpidio a Mare, Civitanova, Morrovalle, Monte San Giusto e Montecosaro. Non a caso il Chienti è un 'sorvegliato speciale'.
L’Arpam di Macerata lo tiene sotto costante controllo, attraverso sette stazioni di monitoraggio: cinque lungo l’asta principale e due sugli affluenti Fiastrone e Fiastra. "La qualità delle acque risulta sufficiente alla foce — spiega il direttore dell’Arpam Gianni Corvatta — Lo stato del fiume, perciò, è critico, non pessimo. Certo è che lungo il suo corso i fenomeni di inquinamento sono frequenti, anche laddove nessuno se lo aspetta. Nel tratto più vicino alle sorgenti, ad esempio, prevale l’inquinamento biologico, dovuto al fatto che le acque di scarico dei Comuni non sono trattate; nella parte centrale, inquinamento biologico e inquinamento chimico hanno un peso eguale, nella parte più vicina alla foce prevale l’inquinamento chimico, visto che in questa zona c’è un’alta concentrazione di attività produttive".
Nella stazione di monitoraggio di San Claudio (Corridonia), la qualità delle acque è insidiata dal fatto che metà degli abitanti di Corridonia e Macerata hanno scarichi non collegati a un impianto di depurazione, ma anche da numerosi scarichi industriali non a norma, da un forte dilavamento dei campi. Così non di rado i valori di azoto nitrico, tensioattivi, fosforo, idrocarburi, oli, rame, zinco alluminio, cromo superano i limiti di legge.
Nella stazione posta alla foce del fiume, a Civitanova, sono continue le segnalazioni riguardanti la presenza di schiume, e le analisi hanno evidenziato la presenza, assai elevata, di sostanza organica e ammoniaca.
Situazione analoga a quella della stazione di Montegranaro - Parco fluviale, su cui gravitano i territori di Morrovalle, Monte San Giusto e Montecosaro: scarichi industriali anomali, assenza di depuratori o depuratori poco efficienti, presenza di toluene e trimetilbenzene, azoto ammoniacale. "Bisogna investire per prevenire l’inquinamento — sottolinea Corvatta — Altrimenti ci troveremo sempre nella condizione di rimediare, se ci riusciamo, ai danni prodotti".
Franco Veroli
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