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L’imolese Michele Donvito

«Mio fratello fu Chi ha sbagliato

di VALERIO BARONCINI
«NELLA giustizia non ci credo più: come sarebbe possibile? Mio fratello è stato preso senza motivo e condannato a morte. Ma la speranza che finalmente si ricono...
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2008-10-12
di VALERIO BARONCINI
«NELLA giustizia non ci credo più: come sarebbe possibile? Mio fratello è stato preso senza motivo e condannato a morte. Ma la speranza che finalmente si riconosca che qualcuno ha sbagliato, quella non me la toglierà mai nessuno. Anzi, se io non ci sarò chiederò ai miei figli di continuare a sperare per me»: Michele Donvito vive in città, lavora per una cooperativa ed è il fratello di Vincenzo, condannato a 22 anni per omicidio e suicida in carcere ormai tre anni fa. Quell’omicidio era lo stesso di cui ora si autoaccusa un tunisino, Ezzedine Sebai. Un serial killer.
Come si fa ad andare avanti dopo una confessione-choc di questo tipo?
«E’ difficile perché da una parte è la conferma che mio fratello era innocente. Ma io lo sapevo, mica avevo bisogno di una confessione. Ero con lui quella sera, la sera dell’omicidio».
Come, era con lui?
«Sì, ero con mia moglie e con lui. Per le forze dell’ordine l’omicidio avvenne tra le otto e tre quarti e le nove e mezza. Io con mio fratello ci sono stato dalle due e mezza fino alle otto e un quarto, quando lo accompagnai a casa, a Palagiano. Prima avevamo fatto un giro a Taranto».
Lei lo lasciò a casa. Poi cosa accadde?
«Venne a trovarlo uno zio, è tutto documentato. E per il resto mio fratello guardò un film: lo ha raccontato per filo e per segno agli inquirenti».
Alle sue testimonianze non hanno mai creduto?
«No. Evidentemente no».
Questo come la fa sentire, adesso che si parla di Sebai?
«Molto male. Faccio un esempio: sul luogo del delitto venne trovata un’impronta di scarpa numero 38. Mio fratello aveva il 45. Era impossibile che avesse ucciso lui quella donna».
Che persona era suo fratello?
«Uno che non avrebbe fatto male a una mosca. Basta guardarlo (prende una foto dove Vincenzo accarezza un vitellino, ndr). Non ha mai smesso di proclamarsi innocente».
Fino al giorno che si è suicidato.
«Il 21 luglio 2005. Stavo mettendo a posto questa casa, quando mi chiamò mia sorella in lacrime e mi disse di Vincenzo. Lui ci nascondeva il suo stato d’animo: era un generoso, aveva sempre avuto una piccola speranza di uscire dal carcere, ma evidentemente stava male».
Prese le lenzuola dal letto.
«Tagliò l’orlo e costruì una sorta di corda. Di certo non una cosa breve».
E quando arrivò in carcere a Teramo?
«Fu assurdo. Inizialmente non ci fecero neppure vedere la salma all’ospedale: era sotto sequestro».
E poi?
«Il giorno dopo, in carcere, arrivò il fax dove si parlava di Sebai. Incredibile».
Cosa provò?
«La sensazione era che qualcuno avesse giocato con la vita delle persone. E mio fratello era morto».
Martedì però c’è l’udienza preliminare per Sebai.
«Mi aspetto di tutto ma io vado avanti. Non c’è giorno che io non pensi a mio fratello e alla sua storia. Non mi interessano i risarcimenti. Ma mi chiedo: poteva essere evitata questa tragedia?».
E cosa si risponde?
«Sì, forse sì. Non pensavo che la vita potesse riservare cose del genere».









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