Ferrara, 18 aprile 2008 - «SEMBRA QUASI che Luca sia una vittima... sacrificale di quello zuccherificio, che sta per essere chiuso». Don Enrico Peverada, parroco di Fossadalbero, apre con una riflessione accorata e ‘sociale’ la propria omelia. Davanti agli occhi ha il feretro di legno chiaro che accoglie le spoglie di Luca Celiani: la chiesetta di San Giacomo Apostolo è troppo stretta per accogliere la folla immensa accorsa per l’ultimo saluto all’operaio morto in un incidente sul lavoro allo zuccherificio Sfir di Pontelagoscuro. E nel silenzio incredibile, rotto solo dai singhiozzi dei familiari e dallo stormire del vento fra gli alberi del viale esterno, anche le parole del sacerdote devono arrendersi all’emozione. Poche parole, all’inizio dell’omelia, per sottolineare quanto questa vicenda «debba essere di monito per tutti coloro che si occupano di questa società» (intesa evidentemente non in senso letterale come la Sfir, o la Carovana Facchini per cui il giovane operaio lavorava); poi al momento di dare un senso religioso alla tragedia, don Enrico ha un groppo in gola e non lo nasconde.
La parabola, tratta dal vangelo di San Giovanni, è quella della resurrezione di Lazzaro e dello sgomento del fratello che chiede perchè mai sia stata strappata una vita: «A volte, questa croce sembra davvero troppo insopportabile — commenta il sacerdote, rivolgendo lo sguardo alla giovane Tina, moglie dell’operaio, che nel tailleur nero sembra ancor più fragile e minuta —; ma la fede ha le parole giuste per dare un senso anche ai dolori immensi». E la vicenda di Luca, rapito all’amore del figlioletto, di un fratello giovanissimo, del padre Graziano e della mamma che è la prima a scendere dall’auto che accompagna il feretro, è quella di una piccola ‘apocalisse’ domestica. Di un ragazzo quieto e sempre sorridente, come raccontano i vicini che non riescono ad entrare nella chiesa, che nella foto del ‘santino’ distribuito sul sagrato sembra ancora più giovane e ancora più sorridente. Ed allora, citando ancora san Giovanni e proprio l’Apocalisse dell’evangelista, don Enrico sussurra la meta: «Anche per lui, e per tutti noi che lo amiamo, ci saranno cieli nuovi, ed una terra nuova».
Una morte comunque emblematica. Per le modalità (peraltro ancora da accertare con precisione), per il luogo, per la partecipazione imponente al cordoglio e alla sofferenza. L’arcivescovo Paolo Rabitti, in apertura della funzione, ha voluto portare il proprio saluto ed il proprio segno di vicinanza alla famiglia, agli amici ed ai colleghi di Luca: «E’ vero che con questo stesso animo, vorrei e dovrei essere presente a tutti gli eventi luttuosi e dolorosi che segnano la nostra comunità — dice giungendo le mani al microfono —; ma in questo caso ho percepito l’urgenza di stringermi al dolore straziante dei suoi cari ed alla solidarietà che, in modo spontaneo, è scaturita per questo dramma».
Almeno mille persone, e forse più, ascoltano le parole dell’arcivescovo: qualcuno si volta, a riferirle a chi non è riuscito neppure ad entrare nella chiesa. E lo stesso muro di gente si fa ancor più compatto quando, alla fine della funzione religiosa, il feretro viene riportato sull’auto che parte verso il vicino cimitero.
E’ un funerale di campagna, per usare un termine antico e bello: di quelli in cui l’ultimo saluto lo si porta camminando. La stradina porta verso l’argine del Po, il cimitero è un piccolo bastione di cemento e marmi in mezzo ai campi di grano ora di un verde reso lucido dalla pioggia. La gente si muove lentamente, spalla a spalla, emozione su emozione; fino a quando, davanti al cancello, prevale il rispetto per il peso che grava sulle spalle dei familiari, terribile come quello dei quintali di zucchero che hanno sommerso Luca. La folla si apre, i volti del paese si fanno ombre, i bisbigli si fanno sbuffi di vento. E’ il cielo nuovo e la terra nuova, che assomigliano tanto a quelli in cui l’operaio viveva con i propri cari, a non più di trecento metri dal suo ultimo riposo.
di Stefano Lolli
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