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L'ANTEPRIMA

Joan Mirò, il grande ritorno

Dopo 23 anni l'artista catalano torna in mostra da sabato ai Diamanti. L'allestimento: il percorso ripercorre la produzione dell'artista dalla prima personale del 1918 alle opere degli anni ottanta

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La mostra di Mirò Ferrara, 12 febbraio 2008 - DA UN LATO la volontà di correggere «l’immagine troppo eterea» che più di frequente viene data di Mirò, dall’altro il desiderio di riproporre a distanza di anni e in maniera diversa un artista già ospitato nelle sale della galleria di palazzo Diamanti.

 

Tomàs Llorens e Andrea Buzzoni, rispettivamente curatore e direttore della mostra ‘Mirò: la terra’, faticano a ricordare quale di questi due obiettivi abbia fatto da apripista all’altro. Quello che conta è il risultato di questa nuovo grande evento di Ferrara Arte (realizzato in collaborazione con il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid) che da sabato prossimo e fino al 25 maggio, sarà sotto gli occhi di tutti.

 

«E’ come se esistessero due Mirò — spiega Llorens, uno dei massimi esperti dell’artista —: un Mirò celeste, appunto etereo, più vicino alla fantasia e più lirico che è anche quello più conosciuto e, in contrasto, un Mirò legato invece alla materialità, alla terra intesa come mondo rurale».

 

Ed è proprio questo ‘secondo Mirò’ e, come suggerisce il titolo, il suo amore per la terra (intesa anche come la campagna della Catalogna al quale lo legò la forza affettiva dei ricordi di bambino) il protagonista dell’esposizione con la quale, ricorda Buzzoni, «per la prima volta rifacciamo una mostra dedicata allo stesso artista. Già nel 1985 Mirò era stato infatti al centro di un allestimento di Franco Farina».
Ma se sempre di Mirò si tratta, i due eventi, chiarisce Buzzoni, sono completamente diversi, a cominciare dal materiale è esposto.

 

Mentre 23 anni fa i visitatori poterono ammirare le opere messe a disposizione unicamente dalle Fondazioni Mirò di Barcellona e Parigi, oggi il pubblico troverà un’ottantina di pezzi tra dipinti (per la maggior parte), disegni, collage, assemblaggi, sculture e litografie, prestate dalle più prestigiose collezioni pubbliche e private del mondo. Non solo: l’attuale mostra, a differenza dalla precedente, oltre ad essere ‘tagliata’ su un tema (appunto la terra), documenterà, portando molti tra i suoi massimi capolavori mai arrivati prima d’ora in Italia, gli esiti più alti di ogni fase della carriera di Mirò, dalla data della sua prima personale del 1918 alle opere degli anni Ottanta.
Insomma, tutt’altro che un doppione, ma anzi, sostiene Buzzoni, «un’opportunità per i giovani che 23 anni fa non erano nati o erano bambini» e, aggiunge Llorens, «un modo per rileggere l’arte alla luce del fatto che ciascuno di noi, col passare del tempo, non è più lo stessa persona e come tale vede le cose in un modo completamente diverso».

 

Certi che ogni evento ha i suoi fiori all’occhiello, cominciamo, per questo, col coglierne uno che accoglie il visitatore già nella prima sala. Si tratta di una ‘coppia’ che, rileva con orgoglio Tomàs Llorens, è stata ricostituita dopo 15 anni. Stiamo parlando dei due olii su tela, entrambi dipinti nel ’23-’24, ‘La Terre labourée’ e ‘Paysage catalan (Le chasseur)’: pur essendo entrambi a New York (il primo al Guggenheim Museum, il secondo a The Museum of Modern Art), i due lavori non erano mai stati più affiancati dalla mostra del 1993, allestita in occasione del centenario della nascita di Mirò.

 

Dai suoi inizi agli ultimi lavori, esposti secondo un ordine cronologico, nelle ultime sale. Imperdibili i due ‘Sobreteixim’, una sorta di arazzi (il termine in realtà è intraducibile) dei primi anni ’70 realizzati con lana, corda, rete da pesca dall’artista che, rivela Llorens, voleva lavorare a fianco degli artigiani per essere sicuro che tutto venisse fatto come voleva.

 

Grande precursore dell’Informale americano ed europeo, nota Buzzoni, «anche nel periodo più tardo della sua produzione Mirò, a differenza di altri, si mise fino all’ultimo in discussione, inventando sempre tecniche e usando materiali nuovi».

di Isabella Cattania

 









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