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Le tradizioni della Pasqua ascolana

Le usanze pasquali sono di origine contadina e popolare e ancora oggi sono in uso, per la gioia di grandi e piccini
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Uova di Pasqua Ascoli, 15 marzo 2008 - Intervistando i nonni è possibile raccogliere molte informazioni su quali sono le tradizioni legate alla Pasqua nel nostro amato territorio ascolano e nei dintorni. Le usanze pasquali sono di origine contadina e popolare e ancora oggi sono ricorrenti. Nella domenica che precede la Pasqua, ovvero la ‘Domenica delle Palme’, i contadini, come tutti i credenti, andavano in chiesa per ricevere la ‘palma benedetta’. Era abitudine che si recassero a benedire i rami di ulivo tagliati dagli alberi dei loro terreni. Tornati a casa, avrebbero messo le palme nelle proprie stanze, nella stalla e sulle croci fatte con le canne che si trovavano nei campi, per tenere lontano la grandine e le altre calamità naturali.

 

Le palme dell’anno passato venivano bruciate e le ceneri venivano sparse nei terreni, per renderli più fertili; inoltre una parte veniva conservata per curare il mal di testa. Nei giorni precedenti la domenica delle Palme si usava anche girare per le case cantando la ‘pasciò’, un canto popolare in cui si narravano le vicende della passione, morte e resurrezione di Cristo. Al termine del canto, la padrona di casa dava del cibo ai contadini e ai musicisti. Nel pomeriggio del giovedì santo c’erano i ‘Sepolcri’: in tutte le Chiese si preparava, a seconda delle possibilità della parrocchia, il sepolcro di Cristo ed era tradizione andare a visitarlo e ripetere tale gesto anche in altre chiese, meglio se in numero dispari, ad esempio sette. Dopo la visita seguiva la ‘Sardellata’, cioè la cena fatta tra amici a base di pane, vino e sardelle, che talvolta erano sostituite dallo stoccafisso.



Il venerdì santo era il giorno del ‘lutto’; si viveva la giornata in modo raccolto e silenzioso. Si legavano le campane nelle chiese e nelle torri per creare un’atmosfera di malinconia, come se il tempo si fermasse. In chiesa si svolgeva la recita delle ‘tre ore di agonia’: a partire dalle 13 si recitavano particolari preghiere per la morte del Salvatore e, sempre in chiesa, si svolgeva una processione per ricordare i vari momenti della salita di Cristo sul Golgota (il Calvario).

 

All’esterno, quando ormai era scesa la sera, si svolgeva la processione del Cristo Morto, con le persone vestite con abiti da soldati romani o da ebrei per ricordare gli antichi protagonisti della passione. Nella processione inoltre veniva anche portata la statua del Cristo, dietro la quale c’era quella della Madonna Addolorata. Ad Ascoli, la processione del Venerdì Santo veniva chiamata della ‘Madonna che cerca il Figlio’: c’era cioè una statua nera della Vergine Addolorata che era preceduta dalla ‘Confraternita della Buona morte’, i cui esponenti, con i loro cappucci e i loro mantelli, terrorizzavano i bambini. La processione si fermava davanti ad alcune chiese, a significare che la Madonna era alla ricerca di suo figlio.


Il giorno dopo, il Sabato Santo, si passava dall’atmosfera di tristezza a quella di festa. Alle 10 si scioglievano le campane, il cui suono annunciava la Resurrezione di Cristo. La gente, sentendo la festosa melodia, si inginocchiava nelle strade, nei campi e nelle case. Le mamme, inoltre, bagnavano gli occhi dei loro figli con dell’acqua in segno di purificazione; le case erano state tutte ben pulite, con le ancor oggi famose ‘pulizie di Pasqua’ e, qualche volta, erano state anche ripitturate. Sulle pareti delle cucine poi brillavano le pentole, le padelle, le brocche di rame, che nei giorni precedenti erano state pulite con acqua, aceto e cenere.

 

Sulla tavola del giorno di Pasqua c’era sempre la più bella tovaglia del corredo, la pizza col formaggio, le uova sode, l’agnello spezzato, che il prete aveva precedentemente benedetto, insieme a tutto il resto dell’abitazione. In questo giorno di festa si indossavano abiti nuovi e si regalavano agli amici le uova sode (e non quelle di cioccolata come usiamo scambiarci oggi), come augurio di prosperità. In campagna poi la Pasqua aveva un’importanza straordinaria perché indicava anche la rinascita primaverile della terra, dopo il freddo dell’inverno.

Il momento centrale di questa festa, oltre al suo alto significato religioso, era quello del maestoso pranzo, durante il quale il contadino poteva vedere nel suo piatto tutte quelle pietanze che non si poteva permettere quotidianamente, come ad esempio la carne. Nel menù contadino si usava mangiare, in quel giorno, il ‘Castello’, che erano delle uova cotte al forno, destinato come dono pasquale per i bambini. Vi era poi il salame, che doveva essere ben stagionato e con la ‘lacrima’(cioè piccante), la coratella d’agnello cotta con le uova, i piconi (tradizionali ravioli al formaggio) e le ciambelle. Il giorno di Pasquetta (il lunedì dell’Angelo) la gente del contado amava riunirsi all’aperto, per consumare gli avanzi del pranzo pasquale; in tali occasione era tradizione giocare a ‘scoccetta’, ovvero si battevano le uova sode una contro l’altra e chi riusciva a non danneggiare la propria aveva vinto. Molte di tutte queste tradizioni nel nostro territorio sono ancora in uso, per la gioia di grandi e piccini.

M. Elvira Trenta - Classe II

 









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