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DALL'OLIMPICO AL DALL'ARA

Il paradiso non può più attendere

‘COSI’ SI GIOCA solo in Paradiso!’ Bernardini lo disse una domenica pomeriggio nella primavera del '63, verso le cinque, dopo una magistrale partita del Bologna col Modena, vinta per sette a uno...  di Marco Leonelli Commenta

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Marco Leonelli ‘COSI’ SI GIOCA solo in Paradiso!’ Bernardini lo disse una domenica pomeriggio nella primavera del '63, verso le cinque, dopo una magistrale partita del Bologna col Modena, vinta per sette a uno. Eravamo in pochi, anche noi raggianti, nell'anticamera dello spogliatoio dello stadio Comunale. Una porta a vetri ci separava dai giocatori e dalle loro urla festose mentre scrosciava l'acqua nelle docce.
 

Per la prima mezz'ora non potevamo entrare e “il dottore” si consegnava a noi nell'attesa. Così Bernardini, dopo ogni partita, si fermava sempre lì, in piedi vicino a una vecchia radio, grande, con la cassa di legno e le manopole di plastica, con le lunghezze d'onda stampate sul vetro illuminato: voleva conoscere i risultati finali delle altre partite, prima di commentare la sua.
Scuoteva un po' il collo, un tic, come se il tessuto della camicia gli desse fastidio e volesse scrollarselo via.Tutti i dopo partita, si vincesse o si perdesse, uguali. Quella domenica no: era diversa. Avevamo, tutti, vissuto una vittoria particolare, per certi versi, storica. Ci voleva un commento insolito, nuovo, intelligente. E lui, se ne venne fuori con quel "Così si gioca solo in Paradiso!", che diceva tutto e che resta una delle cose più belle che abbia mai sentito nella mia lunga vita professionale.
Spontaneo, vero, pieno di colore e di calore, a suo modo perfino colto: un commento che diventò poi famoso ed anche profetico, perché l'anno successivo quella squadra, che giocava bene, molto bene, ma non riusciva ad arrivare prima, diventò perfetta. Bernardini lo sapeva: quando fosse stata perfetta avrebbe vinto lo scudetto a dispetto di tutto e di tutti. E così fu. In un assolato tardo pomeriggio romano, il 7 giugno del '64, contro la grande, ma “odiatissima” Inter di Moratti ed Herrera.
Per costruire quella "squadra perfetta" il presidente Dall'Ara e Bernardini ci avevano messo tre anni. Ai già affermati Pascutti e Pavinato aggiunsero i giovanissimi Bulgarelli e Fogli. Eppoi i cavalli di razza Haller e Nielsen e, ciliegia sulla torta, il portiere della nazionale, Negri detto "Carburo".

LA CITTA’ era fiera di quegli uomini che tutti ci invidiavano, che tutti volevano veder giocare. Anche Spadolini, allora direttore del Carlino, si decise ad andare una domenica allo stadio: lui che più distante dal gioco del calcio non avrebbe potuto essere, tanto che alla fine dei primi quarantacinque minuti si alzò commentando "Ah, è finito il primo atto...".
Un campionato straordinario. Chi c'era se lo ricorda, chi non c'era, mi dispiace, non può capire. Accadde di tutto in quei giorni che passarono poi nella memoria dei bolognesi come la "Pasqua di sangue”, ma neppure il destino stroncò quel Bologna. Oggi sembra di raccontare un melodramma, allora fu un dramma. Un dramma vero. Che sanguigni così non ci siamo mai più sentiti, dopo.
Come una fucilata nel cielo dei nostri sogni arrivarono le accuse di doping a cinque giocatori rossoblù (Tumburus, Pavinato, Fogli, Pascutti e Perani). Poi la loro squalifica, la penalizzazione di tre punti alla squadra, la città che insorge furiosa, la verità delle contro-analisi, il reintegro degli atleti e la restituzione dell'onore e del maltolto alla società. Si finisce pari: entrambe lassù in classifica, prime. Non si spartisce uno scudetto. Bisogna prenderlo intero. Ma mentre si prepara lo spareggio, un infarto uccide il presidente Dall'Ara che negli uffici della Lega stava discutendo con Moratti. E tutto diventa più cupo. Sembra un segno del destino. Tre giorni dopo, quella domenica. La «domenica». Il 7 giugno del 1964.
Due grandi squadre: l’Inter, ricca e potente, con il "mago" Herrera, e il Bologna, indomito e geniale. Uno scudetto in mezzo al campo: novanta minuti per portarselo via.
Serve un colpo di genio; ci pensa Bernardini. Rinuncia a Pascutti, all’uomo forse più rappresentativo, e schiera al suo posto, all’ala, un terzino, Capra. Per annientare Corso la fonte del loro gioco.

QUANDO il sole volge al tramonto due nomi volano nel cielo dell’Olimpico: Fogli e Nielsen. Due gol e sai che cosa è la felicità. A Roma si esulta, a Bologna si impazzisce.
Mi piace ricordare, oggi. Vorrei che la tenacia di quei giocatori, credetemi, straordinari, finisse per rivivere sul terreno del Dall’Ara e riportasse una gloriosa società nel posto che, per risultati e per rango, le compete.
La serie A.

di Marco Leonelli

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